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Maratoneti

7 aprile 2013

4 commenti

Scena #1: Milano, domenica con il blocco del traffico, ore 16.30. Alla fermata di via Senato, la 94 è annunciata con più di 30 minuti di attesa. Un cartello appeso alla fermata annuncia che dalla mattina fino alle 15.30 una ventina di linee vanno a singhiozzo, non vanno, o utilizzano percorsi ridotti causa Maratona di Milano.

Scena #2: Milano, corso Venezia, cinque ore prima. Strada deserta, una pattuglia di vigili che blocca l’accesso dalle vie laterali, qualche jogger della domenica diretto ai Giardini Pubblici, un camion di una pasticceria industriale con palco e annessa bionda che balla e canta a volumi indecenti per i quattro-cinque passantiche osservano dall’altra parte della strada. Di pubblico o tifosi in attesa dei maratoneti nemmeno l’ombra…

Mi chiedo che senso ha, in una domenica in cui la circolazione dei veicoli è vietata, bloccare tantissime linee e causare ritardi assurdi fino al tardo pomeriggio, e soprattutto che senso ha farlo per una manifestazione con zero pubblico, e che immagino interessi allo 0.00001% dei milanesi. Capisco il Giro d’Italia, una corsa importante, con una tradizione storica e un seguito immenso, italiano e internazionale, ma la “Maratona di Milano”?

Non sarebbe ora di pensare alla città come luogo dove vivono, lavorano e devono spostarsi quotidianamente una milionata di residenti, invece che come teatro di eventi (che termine odioso) che servono solo a soddisfare qualche sponsor, e una ristrettissima minoranza di cittadini?

Jiayu G3, dove comprarlo (e ne vale la pena)?

18 marzo 2013

7 commenti

Riprendo qui alcune risposte che ho mandato per email a chi, dopo aver letto il post di qualche giorno fa su Android e i produttori cinesi, mi ha chiesto dove acquistare il Jiayu G3. Il discorso vale ovviamente in buona parte anche per molti altri cellulari cinesi di questa fascia.

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Come risparmiare batteria su Android

15 marzo 2013

3 commenti

Copio e incollo un post che ho scritto poco fa su un forum Android italiano, in risposta a un utente che chiedeva come risparmiare batteria rimuovendo le applicazioni che “appesantiscono” il telefono. Magari serve a qualcun altro.

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Android dorato a sfondo rosso

6 marzo 2013

7 commenti

Jiayu-G3

Qualche sera fa, conversando davanti a una birra con un paio di amici pythonisti, sostenevo — ovviamente semplificando una questione complessa — che la vera forza dirompente di Android non sta tanto nella scelta di un linguaggio di sviluppo diffusissimo come Java (classica visione da techie), quanto nell’avere offerto un sistema operativo sofisticato, di qualità, globale e orientato ad Internet in maniera totalmente gratuita alla sterminata falange di produttori di hardware cinesi. Che fino alla maturazione di Android avevano quasi tutti gli elementi chiave per produrre device di qualità ragionevole a prezzi bassissimi, tranne uno fondamentale: un sistema operativo utilizzabile — e addirittura desiderabile — non solo in Cina ma anche nel mondo occidentale.

Ci ripensavo oggi mentre giocavo con il Jiayu G3 — forse il miglior cellulare Android attualmente prodotto in Cina, se escludiamo uno o due modelli dal prezzo stratosferico — che avevo appena preso: non la solita cineseria, ma un oggetto con un design a mio parere fantastico (tanto è vero che il nuovo flagship HTC lo riprende in gran parte) e una dotazione hardware che non sfigura di fronte ai modelli di fascia medio-alta dei produttori più noti come Samsung, Sony e HTC. Il tutto ad un prezzo quasi ridicolo, se pensate che per il costo di un iphone 5 me ne potrei portare a casa 7 o 8.

Ed è questa secondo me la grande novità: i produttori cinesi stanno imparando a produrre device appetibili non solo per il mercato interno (che pure è gigantesco), ma anche su scala mondiale. Se riusciranno a superare lo scoglio della distribuzione e del supporto renderanno la vita estremamente dura ai produttori più affermati, e trasformeranno finalmente gli smartphone — ovviamente Android — in una vera commodity anche per chi ha risorse modeste, o vive in un paese in via di sviluppo. Bye bye Apple…

Voi come leggete il codice?

21 febbraio 2013

2 commenti

Sto facendo un lavoro per una società abbastanza nota (vi dico solo che è un plugin per WP), e alcuni dei commenti fatti al mio codice dal mio referente mi hanno un po’ spiazzato: per capire cosa intendesse ho dovuto fare lo sforzo di uscire dalle mie consuetudini di sviluppo.

Dopo qualche meditazione, sono giunto alla conclusione che i nostri rispettivi approcci alla lettura del codice sono radicalmente diversi. Il mio approccio, quando prendo in mano una classe che non ho mai visto, è prima di tutto di farmi un’idea generale di cosa faccia guardando i nomi dei metodi nel class browser. Fatto questo, scendo se è il caso nel dettaglio dei metodi che mi interessano o mi sembrano cruciali per il suo funzionamento. Per me, quindi, un metodo usato una volta sola non solo ha poco senso — e ne privilegio quindi il riuso rispetto ad altre considerazioni –, ma è addirittura dannoso in quanto inquina la comprensione a colpo d’occhio del codice.

Il mio interlocutore invece segue un approccio diverso: quando prende in mano una classe guarda subito al costruttore, e parte da lì per seguire un eventuale flusso di codice. Per lui un metodo usato una sola volta ha un senso, in quanto incapsula determinate operazioni e — se il nome è scelto con criterio — nasconde parte del codice rendendo più semplice e veloce seguire un eventuale flusso di esecuzione.

Nel caso specifico (un plugin per WP) è probabile che il suo approccio abbia senso, dato che il codice viene eseguito più o meno in sequenza, anche se la sequenza è pilotata dai vari hook di WP, cui sono agganciati i metodi pubblici della classe. Certo è che lavorando di solito in Python/Django, un approccio di questo tipo mi sembra un po’ stravagante.

Sarei curioso di sapere come altri leggono il codice, e se la differenza è dovuta più al framework (WP) che porta a pensare in maniera sequenziale, al linguaggio usato, o se è soprattutto un approccio personale. BTW, questo post è scritto usando il plugin di cui sopra, secondo il principio dell’eat your own dogfood.

Personal information store

6 febbraio 2013

8 commenti

Da un po’ di tempo sentivo l’esigenza di avere uno spazio personale dove annotare appunti e idee sui progetti in corso (di programmazione, ma non solo), qualcosa di semplice, leggero, che non richiedesse installazioni particolari, e ovviamente sincronizzato su tutte le macchine che uso.

Il formato ideale per strumenti di questo tipo è ovviamente quello dei cari vecchi wiki, e in particolare della loro versione ultraleggera, dinamica, monopagina, che può girare senza nessun tipo di installazione: TiddlyWiki. Ci avevo giocato qualche anno fa, l’avevo trovato elegante e utile ma un po’ ruvido nell’utilizzo pratico, e soprattutto problematico da tenere sincronizzato o installare lato server, e me ne ero quindi dimenticato.

Curioso di vedere se in questi anni era evoluto e se potesse quindi servirmi come information store personale, l’ho scaricato e ci ho giocato per un po’ di tempo. Il risultato, dopo un po’ di smanettamento, è quasi perfetto per quello che mi serve:

  • in accoppiata con Dropbox i problemi di sincronizzazione sono risolti
  • la formattazione del testo tipica dei wiki, un po’ scomoda secondo me, può essere abbastanza facilmente sostituita da Markdown
  • le nuove versioni sono iper-estensibili, fantastico ad esempio l’utilizzo di schede contrassegnate di sistema con testo e codice, per implementare plugin

Se siete alla ricerca di un sistema agile e leggero per organizzare pensieri e appunti dategli un’occhiata, anzi se volete vi clono il mio con già installato Markdown e il paio di configurazioni che servono, così vi evito quel po’ di ricerche per capire come si fa (gli spazi wiki sono spesso parecchio disordinati — ironico per uno strumento che si propone di organizzare l’informazione).

Cosa ne ho fatto del mio RPI

25 novembre 2012

Un po’ di mesi fa, preso dall’entusiasmo, avevo ordinato un Raspberry Pi. Pensavo di farne un media server, poi tra il tempo che non c’è mai, lo sbattimento di disegnare un case, e il fatto che davanti alla tele ci starò mezz’ora all’anno (le serie TV le vedo sul cellulare mentre pendolarizzo da e per l’ufficio), il mio RPI rimaneva imballato in un cassetto.

Mi ero quasi deciso a venderlo, quando ho scoperto che Edis — un provider abbastanza conosciuto per avere prezzi bassissimi — ha lanciato un servizio di colocation gratis presso uno dei propri datacenter europei per chiunque possieda un RPI. E quindi ho trovato la motivazione per spacchettare il mio, installare Debian su una SD, configurarlo e spedire il tutto in Austria. Dove l’RPI è arrivato qualche giorno fa, e prontamente messo in rete.

Non ci farò probabilmente niente, ma è meglio che tenerlo in un cassetto e un server(ino) in più non fa mai male. Se avete u RPI che vi gira in casa, magari interessa anche a voi.

Codice "nazazionale"?

3 ottobre 2012

5 commenti

Non so se avete mai avuto la sfiga di dover scrivere un algoritmo per il calcolo del codice fiscale. Io si, lo sto facendo ora, e anche se in rete ce ne sono mille esempi, farlo per bene non è semplice come potrebbe sembrare.

Un pezzetto del codice fiscale è infatti composto da un codicino alfanumerico, il cosiddetto “codice dei Comuni d’Italia e degli Stati Esteri”, univocamente assegnato in base al luogo di nascita. Embè, direte voi? Embè, appunto: i codici seguono ovviamente le evoluzioni geopolitiche del territorio. Non hanno quindi, come in tutti gli esempi che ho trovato in rete, una sola dimensione — il nome del luogo — ma ne hanno due: il nome del luogo in un preciso momento temporale.

Una persona nata a Belgrado trent’anni fa ad esempio ha un codice per lo stato jugoslavo che ovviamente non esiste più, una nata nella stessa Belgrado in anni più recenti ha un codice per lo stato serbo. Una persona nata quando il comune di Abbiate Guazzone non era ancora stato accorpato con il comune di Tradate ha un codice, una nata ora ad Abbiate Guazzone — che non esiste più ma immagino continui ad esistere nell’uso comune — ha un codice diverso. Eccetera eccetera.

Di nuovo, embè? direte voi: ci saranno delle tabelle pubblicate dal ministero, basta trovarle, importarle, controllare il codice in base alla data di nascita e alla località, e il gioco è fatto. Embè, appunto di nuovo: le tabelle ci sono, sul sito dell’Agenzia del Territorio, ma sono un bell’esempio di burocratese applicato ai dati.

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