altre destinazioni

vedi anche

ultimi post

ultimi commenti

tag principali

categorie

archivi

powered by

  • WPFrontman + WP

friends

copyright

  • © 2004-2011
    Ludovico Magnocavallo
    tutti i diritti riservati

Sequestrati a New Orleans

7 settembre 2005

0 commenti

tag

categorie

Se masticate l’inglese, leggetevi l’agghiacciante resoconto
dei due paramedici che erano a New Orleans per una conferenza e, dopo il
passaggio di Katrina, come tanti altri sono stati costretti dalle
forze dell’ordine a restare nell’inferno per giorni senza ricovero,
viveri, acqua o protezione. Riporto di seguito una breve sintesi con
una traduzione approssimativa dei passaggi che più mi hanno colpito.
[ title="Doc Searls Weblog - When help isn't on the way">via]

Dopo quattro giorni dall’uragano l’albergo dove i due paramedici erano
alloggiati, finite le riserve di acqua e combustibile, ha messo tutti
alla porta invitandoli a recarsi presso i centri di accoglienza, il
Superdome e il Convention Center. Le forze dell’ordine però, date le
condizioni igieniche e di sicurezza dei centri, avevano l’ordine di
impedire l’accesso agli stessi ai nuovi sfollati.

Naturalmente, abbiamo chiesto “Se non possiamo raggiungere gli unici
due centri di accoglienza in città, che alternativa abbiamo?”. I
militari ci hanno risposto che era un problema nostro e che no, non
avevano acqua di riserva da darci. Questo sarebbe stato l’inizio dei
nostri numerosi incontri con “forze dell’ordine” dure e ostili.

A questo punto gli sfollati decidono di recarsi al centro di comando
della polizia, sperando di ottenere istruzioni o soccorsi ma ricevendo
anche qui lo stesso trattamento. Si accampano quindi fuori dal
comando, sotto gli occhi di giornalisti e telecamere presenti, e
vengono quindi invitati dal comandante di polizia ad attraversare il
New Orleans Bridge
(lontano circa 4 km), al di là del quale avrebbero trovato degli autobus per gli sfollati.

Mentre ci avvicinavamo al ponte, poliziotti di Gretna
[la città al di là del ponte] armati si schieravano lungo la base del ponte. Prima che fossimo
a portata di voce, hanno iniziato a sparare sopra le nostre teste. [...] I poliziotti ci hanno informato che
non c’erano autobus in attesa. Il comandante di polizia ci aveva mentito per farci spostare.

Abbiamo chiesto perchè non potevamo attraversare comunque il ponte, specialmente visto che
c’era pochissimo traffico sull’autostrada a sei corsie. Ci hanno risposto che il West Bank
non sarebbe diventato come New Orleans e che non ci sarebbero stati Superdome nella loro città.
Un modo per dire che se sei povero e nero, non puoi attraversare il Mississippi e non saresti uscito da New Orleans.

Costrette a restare nell’inferno, alcune delle centinaia di persone
respinte decidono di accamparsi nel mezzo della sopraelevata, sperando
che l’altezza da terra basti a proteggerli dalle violenze che
devastano la città sotto di loro. Con un po’ di ingegno e di fortuna
riescono a recuperare dei pallet di razioni militari cadute da un
camion, a costruirsi delle baracche provvisorie e a stabilire una
parvenza di ordine.

Questo era un processo che abbiamo visto più volte dopo Katrina. Dover
combattere per cibo e acqua significava tenere conto solo di se
stessi. Dovevi fare qualsiasi cosa fosse necessaria per trovare acqua
per i tuoi bambini o cibo per i tuoi genitori. Soddisfatti questi
bisogni primari, la gente cominciava a occuparsi l’uno dell’altro,
lavorando insieme e costruendo una comunità.

Se le organizzazioni di soccorso avessero saturato la città di cibo e
acqua nei primi 2 o 3 giorni, la disperazione, la frustrazione e le
brutture non ci sarebbero state.

La sicurezza non dura a lungo però, dato che i media stanno parlando
della baraccopoli sull’autostrada, che non faceva certo fare una bella
figura alle autorità pubbliche. E infatti in poco tempo da Gretna
arriva un elicottero che, con il vento delle pale, demolisce le
costruzioni provvisorie e poliziotti armati che fanno sloggiare i
profughi, e li privano del poco cibo e acqua che erano riusciti ad
accumulare.

Ancora una volta, sotto la minaccia delle armi, siamo stati sloggiat’
dalla superstrada. Tutte le forze dell’ordine sembravano essere
minacciate quando ci radunavamo in gruppi di 20 o più. In ogni
raggruppamento di “vittime” vedevano “calca” o “disordini”. La nostra
sicurezza era nei numeri. Il nostro “dobbiamo restare insieme” era
impossibile perchè le forze dell’ordine ci costringevano a restare in
piccoli gruppi dispersi.

Il gruppetto di otto persone con i due paramedici si rifugia quindi in
un autobus abbandonato sotto la superstrada, cercando di sfuggire i
criminali e le forze dell’ordine che sparavano a vista. Dopo qualche
giorno passato a vagare per la città, il gruppetto viene trasoprtato
in aeroporto da un team di pompieri, ed evacuato. Arrivati in Texas,
vengono caricati a forza su autobus e portati in un campo dove
aspettano per ore uno screening medico senza acqua né cibo.

C’è stata più sofferenza di quanto fosse inevitabile.

Si sono perse delle vite che potevano essere salvate.