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Podcasting: prima regola, nessuna regola?

13 ottobre 2005

michele

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Con il crescere della popolarità del podcasting come sistema di distribuzione di contenuti audio, cominciano inevitabilmente a farsi sentire anche le voci su “come” un podcast dovrebbe essere realizzato.

Il che ovviamente può essere persino utile quando si tratta di consigli tecnici: che microfono usare, se e quando usare un mixer, eccetera. Ma diventa controverso quando il “come” inizia a riguardare anche i contenuti: come impostare la voce, come conservare il ritmo radiofonico, e così via. Questo irrefrenabile desiderio di “fissare i canoni” diventa – a mio parere – controproducente nel momento in cui appare assodato che la ricchezza del podcasting è proprio nel costituire in sè (per l’economicità e la facilità della realizzazione) un monumento alla libertà d’espressione.

E’ giusto e anche auspicabile, ovviamente, che ciascuno esprima – anche con molta franchezza – le proprie preferenze. Ma diverso è sentire l’esigenza di fissare i canoni delle “modalità di produzione”, impresa che molto spesso ci porta dritti al più equivoco dei paragoni: quello con la radio tradizionale (che ho già descritto in passato).

Infatti, se da una parte il podcasting è destinato – tra le altre cose – a costituire un canale di distribuzione alternativo della radio “mainstream”, nella sua parte “amatoriale” esso continua a godere di quella salutare indeterminatezza che caratterizza tutte le rivoluzioni mediatiche degli ultimi anni. E così come oggi, con l’etere in FM infestato dai network che si copiano e ricopiano all’infinito, rimpiangiamo la breve stagione del boom delle “radio libere”, un giorno potremmo ritrovarci a rimpiangere i “podcast liberi”, per i quali già qualcuno preconizza una rapida estinzione.

Francamente io non credo, proprio per l’appartenenza del fenomeno alla categoria del “nanopublishing”, che i podcast amatoriali siano destinati a scomparire. Anzi, credo che possano costituire una vera e propria “palestra stilistica”. E non – lo dico ancora una volta – per “la nuova radio” ma per offrire nuovi spunti sulla comunicazione sonora in generale.

Del resto il tentativo di “liberare i suoni” dalle regole della radio lo hanno già compiuto parecchi podcast dal largo seguito, come ArteRadio in chiave espressiva e SoundWalk in chiave funzionale.

E senza arrivare alle estreme conseguenze della comunicazione sonora più disarticolata, come nel caso di Pendodeliri, esempi illustri della ricerca di un nuovo linguaggio ci sono sia in Italia (penso a emanuela.it) che all’estero (e mi vengono in mente project365 e dailysonic.com), basta cercare nelle varie directory senza farsi troppo condizionare dalle classifiche.

Già, perchè la premessa per sperimentare è non preoccuparsi troppo di piacere per forza a qualcuno: per una volta in cui comunicare al mondo attraverso un microfono non costa nulla, sarebbe davvero un’occasione sprecata.

9 commenti

  • Cristian Conti
    14 ottobre 2005 #

    Sottoscrivo pienamente quello che scrivi.
    Si cerca infatti di uniformarsi a standard conosciuti per dare un senso di professionalità ad un settore che invece ha come caratteristica "unica" la possibilità di poter essere realizzato da chiunque e su qualunque argomento, con grandi possibiltà di innovazione.

    Paragonare i podcast alle radio è come paragonare internet ad una enciclopedia o ad un giornale.

  • [...] Rispondo a Pendodeliri riguardo al suo intervento sul linguaggio dei podcast, intervento nel quale mi cita. In sostanza Pendodeliri mi rimprovera di aver voluto indicare una strada "migliore", improntata al rispetto delle regole tradizionali della comunicazione radiofonica, da applicare alla realizzazione dei podcast. I podcast, dice, sono una forma di comunicazione alternativa alla radio, quindi è giusto che segua regole e modi evolutivi suoi. Paragonare il linguaggio del podcast a quello radiofonico è sbagliato (questo lo aggiungo io come chiosa). Beh, credo di essere in linea di massima d’accordo con Pendodeliri. Podcast e radio sono diversi e sarebbe un errore voler portare pari pari le esperienze maturate nella comunicazione radiofonica in quella audio sul web. Rimane il fatto però che un flusso di informazioni si compone indissolubilmente di contenuto e della forma con cui esso viene veicolato. Se il contenuto ha una sua grammatica riconosciuta (nel nostro caso quella della lingua italiana), anche la forma, il registro, segue la sua (o le sue). Il podcast è fenomeno giovane quindi è ancora difficile esprimere un giudizio, anzi, probabilmente manca proprio ancora una grammatica del suo linguaggio. E’ in via di definizione, senza dubbio. E faticosamente, perchè gli strumenti per la produzione, anche se disponibili facilmente all’utente informatico, non sono ancora stati integrati in un unico client che automatizza tutto il processo, dalla registrazione, al missaggio (se desiderato), alla pubblicazione.  Il podcast è ancora un fenomeno elitario. Ma vogliamo negare che nella maggior parte dei casi l’autore si limita ad aprire il microfono del registratore e a parlarci dentro? Ciò che nel mio intervento volevo rilevare era solo uno squilibrio tra i due livelli di comunicazione. Squilibrio che mi tiene tuttora lontano dall’essere un fruitore appassionato di podcast. Insomma, la strada da percorrere è ancora molta. Sono sicuro che, come già accaduto per i blog, ci sarà un fiorire di podcast in cui il contenuto non è così rilevante rispetto alla sperimentazione delle forme del linguaggio, del ritmo, dei tempi. Pendodeliri suggerisce "Prima regola, nessuna regola". Non sarà così. L’uso, la frequentazione, il successo, la sperimentazione detteranno le regole del fare pocast. E’ stato così per i blog, sarà così per i pocast. E ne guadagneremo tutti. [...]

  • Matteo Balocco
    14 ottobre 2005 #

    Ti ho risposto sul mio blog. :) Ciao

  • Emanuela.it
    14 ottobre 2005 #

    sono molto d’accordo con te…

    odio le regole che standardizzano, non ci permettono di vedere le cose da un’altra prospettiva e il rischio è che tutto diventi noiosamente monotono….in azienda dove lavoravo talvolta si facevano brainstorming in cui uno poteva dire liberamente quello che pensava, fuori dalle regole dell’uso comune…erano momenti di grande sfogo creativo da cui nascevano idee originali e risolutive.
    Il mio podcast non ha certo la presunzione di avere un alto livello contenutistico…non applico alcuna regola di comunicazione perchè non conosco le regole di questo mondo, ma credo che chi è più dentro a questo sistema può trarre spunto dalle mie non-regole-applicate per fare qualcosa di buono…macchenesò.

    e infatti la mia vera non-regola è:
    NON mettermi davanti al computer per registrare, perché sarebbe forzata qualsiasi cosa ne venisse fuori.
    E quindi invece avere sempre il lettore/registratore mp3 a portata di mano, per poter registrare in diretta le emozioni, nel momento stesso in cui le provo.
    e aggiungo che la puntata più bella di podcast che abbia mai sentito è l’intervista di Ludo a Enrica sull’India proprio sul podcast di Qix.it.
    e lì non c’erano certamente regole di comunicazione a farla da padrona, bensì contenuti e persone interessanti che scatenavano l’immaginazione con il loro racconto.
    ..
    una cosa è certa: odio la standardizzazione tecnica e contenutistica …e aggiungo, della vita…se fossimo tutti uguali perderemmo molte occasioni!!!!!!!!!!!!!

    Emanuela

  • Matteo Balocco
    14 ottobre 2005 #

    Beh, insomma… mi sembra eccessivo. Le radio stesse non sono mica tutte uguali! Ciao Matteo

  • enrica
    14 ottobre 2005 #

    Grazie Emanuela, quanto sei carina!

    In realtà, io credo che, aldilà della forma (che spesso rimane vuota), il contenuto sia quello vincente.
    Se poi uno è bravo contenuti e forma sono perfettamente combacianti: è una ricerca continua, come con le parole, esprimono l’"interno" e nello stesso tempo lo forgiano. Se diciamo le cose in un certo modo, se le scriviamo, già le definiamo e, quindi, le viviamo, in un certo modo appunto.

    Io non sono brava ma scrivo professionalmente e, soprattutto, studio professionalmente e AMO l’India, il Nepal e in genere tutta l’Asia "professionalmente". Se l’amore può essere professionale (ma lo è, come mi diceva una prostituta incontrata in treno anni fa).

    E’ una passione diventata professione: ma in realtà sono coincidenti.
    Questo per dirti che anche le emozioni bisogna saperle esprimere, altrimenti diventano una cosa intimistica e noiosa che, per es., mi fa davvero sbadigliare quando leggo certi blog di donne qui in Italia. Veri, ma così noiosi!

    Non saprei dire dove finisce e comincia il contenente e il contenuto, forma e contenuto.
    E’ una ricerca continua, come spero che facciano gli architetti: se pensano solo alla forma fanno cose assolutamente non funzionali e vuote, se solo al contenuto allora sarebbe inutile la progettazione, gli studi sull’ambiente ecc.
    Come sa bene chi pratica arti marziali: forma e contenuto coincidono.

    La ricerca della forma è uan ricerca estetica, e l’estetica ha delle regole. Oppure ha la rottura delle regole: ma è spontaneità al 100%. Come un disegno di bambino: può essere bello, ma non è arte. Perché? perché è solo spontaneo.
    Può essere decorazione ma non arte. Non ha ricerca, non ha regole (sia create, sia infrante).

    Dici bene delle emozioni catturate al volo: ma perché siano anche fruibili, occorre la forma. La famosa "semplicità difficile a farsi" che è il mio motto da quando avevo ca. 15 anni.

    Devi limare di continuo, studiare, correggere, rivedere, scavare, cancellare e rifare, confrontare: cosa? te stesso prima di tutto.
    Cosa? le tue parole? Cosa ancora? quello che "metti fuori".
    Senza perdere la freschezza e la verità dell’emozione originaria.

    Però, se proprio uno deve scegliere, i contenuti della vita rimangono le priorità: perché quando c’è l’anima nella cose si sente, e anche gli altri (sensibili come te o anche più coriacei) lo sentono: e piace, avoja che piace……!:)

    Cmq, dico sempre a Ludo che bisognerebbe parlare ancora dell’India, del Nepal, dell’America, dei paesi che conosco bene; come lui della Giamaica, del Marocco, della Francia, che conosce bene.

    Perché l’importante è sognare e viaggiare con tutta la testa e con tutto il cuore. E che gli altri, quando ti ascoltano, lo facciano.
    Passione passione!

    Ciao Emanuela e grazie dell’apprezzamento,

    enrica

  • pendodeliri
    14 ottobre 2005 #

    A Totanus ho risposto sul sul blog. Emanuela, hai colto il punto: se la persona che parla non ha nulla di interessante da dire, con mezzi più o meno ortodossi, le famose "regole della comunicazione" non servono a niente. Ma se ascoltiamo la radio italiana scopriamo che è stato invertito l'ordine dei fattori: l'etere nostrano è pieno di grandi comunicatori che non hanno nulla da dire. Prendiamo, per fare apparire in tutta la sua gravità questo problema, il confronto tra le due radio culturali: la nostra Radiotre e la francese France-Culture. Su Radiotre non prende mai la parola qualcuno che non sa come si maneggia un microfono. Su France-Culture non prende mai la parola qualcuno che non ha nulla da dire. Il risultato è che mentre Radiotre è la fiera delle vanità dei tuttologi da quattro soldi (con poche, nobili eccezioni), nel perfetto stile del chiaccherone presuntuoso che puoi incontrare sui nostri treni (personaggio questo che ricorre spesso nelle nostre discussioni :-)), su France-Culture parlano le persone che hanno i contenuti, cui viene lasciata carta bianca in materia di regole espressive. Per questo, France Culture è diventata il "Laboratorio di idee" che conosciamo, mentre Radiotre al massimo ricorda le chiaccherate al circolo Rotary… E meno male che ora sono spuntati i podcast: ero stanco di smanettare tra onde corte e satellite per sentire qualcosa che "valesse la pena". P

  • Michele
    10 dicembre 2005 #

    Acchiappo questo thread in ritardo, ma non credo ci sia una posologia specifica sulla scadenza dei thread. Vengo da un'esperienza decennale di radio veicolata in modulazione di frequenza quindi tendenzialmente soggetta alla gabbia di tempi/tagli/layout che nel tempo si sono trasformati in uno standard probabilmente non scritto, ma sempre limitante e per lo più legato alle esigenze editoriali dell'emittente, che giocano un po' come un attrattore invisibile sulla singola trasmissione. Quello che manca a molte realtà radiofoniche locali, o ai network più diffusi è la possibilità di cedere, anche nel recinto di un solo programma, al rischio della sovrimpressione, provando magari a sfalzare la cronometria dei passaggi e dello stacco per seguire altre cronometrie. Premetto di essere ossessionato dalla pratica del montaggio "visibile", materico, e in un certo senso narrativo, perchè in realtà, anche in radio, è la strategia meno seguita a favore di un collante che sia il più possibile asettico e nascosto. Il mio approdo al podcast si è portato dietro un po' di queste idee, con un approccio che sostanzialmente si riconosce in pieno in quello che descrive Enrica nel suo intervento (cit: Devi limare di continuo, studiare, correggere, rivedere, scavare, cancellare e rifare, confrontare: cosa? te stesso prima di tutto. Cosa? le tue parole? Cosa ancora? quello che "metti fuori Senza perdere la freschezza e la verità dell'emozione originaria.). Nelle parole di Enrica c'è (a mio avviso) quello che mi piace(rebbe) ascoltare in un Podcast; da fruitore sono attratto dalla capacità del podcaster di mettersi in gioco, e di giocare anche con l'impermanenza della voce (tutto quello che in verità mi terrorizza quando produco i miei :-) ) un po' meno dal meccanismo autoreferenziale che crea i presupposti di un'appendice sterile del fenomeno blog-blogstar, ovvero l'attività di una rete poco connettiva.

  • [...] E qui mi rifaccio all'Impostore. Grazie, sei stato davvero carino a citare quello che ho commentato su Qix quando si parlava di podcast!:) Che non scadono mai, i pensieri in fondo sono universali, senza tempo e senza spazio; anche il podcast è un mezzo moderno ma i concetti base valgono dall'inizio della civiltà elaborata, cioè della cultura. Homo sapiens. Quindi, anche i commenti valgono, mica scadono!:) [...]