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Chi vuole ghettizzare il podcasting?

28 giugno 2006

michele

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Arrivo in ritardo, dopo un lungo periodo di ferie (meritatissime) e me ne scuso. L’argomento è controverso, quindi bisogna essere sistematici, e per buona regola occorre separare l’esposizione dei fatti da quella delle mie opinioni.

I fatti: nel corso degli importanti RadioIncontri di Riva del Garda gli organizzatori prevedono un seminario sul podcasting e sulle webradio. Sul palco però non viene invitato nessun podcaster originale “della prima ora”, ma solo degli autori radiofonici “dell’etere” (come Luca Sofri) e delle webradio (Gianluca Neri), che hanno adottato il podcasting delle loro trasmissioni solo quando proprio non potevano farne a meno. Non sorprende dunque che del podcasting questi signori, dal palco, finiscano per parlare a sproposito, e comunque sempre con l’intenzione di ridurre il fenomeno a dimensioni risibili: “è solo una parola di moda”, “si tratta dell’adolescente che può farsi la sua radio nella sua cameretta”, “non è una innovazione, esisteva già”, e via sminuendo e ghettizzando. La radio, quella vera, quella “in diretta”, è sempre e soltanto la loro. Il dibattito può essere ascoltato qui.

Altri fatti: L’esperto di nuovi media Camisani Calzolari, nel suo blog, prova a rispondere a tutte queste banalizzazioni, portando avanti argomentazioni che personalmente condivido in pieno, ma il punto non è questo. Dal suo blog, (il frequentatissimo “Macchianera”) senza nemmeno citare il link al post originale di Calzolari (forse perchè teme le sue argomentazioni? ma questa è una mia opinione), Neri risponde con un attacco personale piuttosto sgradevole, tanto che gli stessi lettori di Macchianera esprimono il loro dissenso nei loro commenti al post. A questo punto Macchianera decide di bloccare i commenti come quello di Sandrino, un vero esperto di podcasting (chi ha letto il suo libro sul tema può confermare) che è costretto, per esprimere il suo punto di vista, a farlo nell’apposito newsgroup. La discussione prosegue qui (controreplica di Camisani Calzolari) e qui (intervento di Ludovico su Qix.it).

Ed ecco la mia opinione, per quello che può contare: il podcasting non piace ai “padroni” della radio tradizionale. Questi ultimi, infatti, ancora non hanno capito che per le emittenti tradizionali il podcasting è una opportunità, e non una minaccia. Grazie a questa (e qui sono d’accordo con Neri) banalissima innovazione tecnologica, consistente nel poter inserire file multimediali nelle syndacation RSS, la radio “classica” (ma anche la TV) può oggi offrire, a costo sostanzialmente zero, il famoso servizio di “audio/video on demand” di cui per anni si è favoleggiato e su cui sciaguratamente (usando altre tecnologie) alcuni operatori come FastWeb hanno compiuto investimenti creando persino dei cataloghi proprietari. Oggi l’audio/video on demand, grazie al podcasting, esiste già: il catalogo è gratuito, libero, sterminato, e non ci sarà mai un catalogo proprietario in grado di competere con questa immensa offerta free-to-air, se si escludono alcuni contenuti “premium” per cui qualcuno potrebbe anche essere disposto a pagare (ma è presto per dirlo).

Altre mie opinioni: Il podcasting piace ancora meno a chi ha compiuto investimenti (finanziari, ma soprattutto emotivi) nelle web radio in streaming, come lo stesso Neri. E questo è ben più comprensibile: lo stesso proliferare di contenuti in podcasting (rispetto a quelli in streaming), lo stesso moltiplicarsi degli ascoltatori dei podcast rispetto ai pochi ascoltatori che il live streaming fisiologicamente permette (un sistema che infatti richiede grossi investimenti per garantire un numero ragionevole di connessioni temporanee) evidenziano quanto poco economico, nel senso di “cost-efficiency”, sia questo modello rispetto al podcasting. Capisco che per Neri sia difficile ammettere di essere salito sul treno sbagliato, ma non per questo dovrebbe incaponirsi fino ad arrivare a destinazione, dove si ritroverà in perfetta solitudine.

E allora tutte queste reazioni scomposte (il tener fuori dagli incontri di Riva del Garda i veri esperti in materia, gli attacchi personali a chi semplicemente diceva “non sono d’accordo”, le frasi ad effetto del tipo “il podcasting è solo una parola di moda”) non sono altro che il segno che questa “rottura del recinto della creazione multimediale”, con conseguente “irrimediabile fuga dei buoi”, e le migliaia di ascoltatori dei podcast hanno causato un bel pò di mal di pancia a qualcuno. Finchè assiteremo a seminari come quello di Riva del Garda vorrà dire che il podcasting gode ancora di ottima salute.

Infine, qualche altra personalissima considerazione nel merito: è vero, già da anni era possibile pubblicare un file audio su internet e scaricarlo per l’ascolto con un lettore mobile. Senza il podcasting, (con il meccanismo delle directory, delle categorie tematiche, degli abbonamenti automatici) però, l’autore di questo file avrebbe dovuto faticare non poco per far ascoltare questo file da una cerchia più ampia della moglie, dell’amico del cuore, della madre che più per pietà che per reale interesse a un certo punto sarebbero andati sul sito ad effettuare il download. Bene: credete davvero che con questo tipo di prospettiva di ascolti a qualcuno sarebbe venuto in mente di realizzare perle come (faccio un esempio) “Historycast“, vale a dire una rubrica di storia mirabilmente condotta da una docente universitaria, e che solo per la cecità dei nostri inserzionisti nessuna radio in modulazione di frequenza ha ancora pensato di mandare in onda? E’ grazie a questa prospettiva, cioè quella di essere ascoltati da migliaia di persone, che questi signori hanno tradotto le loro competenze in un prodotto di qualità professionale. Altro che ragazzi che giocano nelle camerette.

E’ evidente che il podcasting non si sogna nemmeno lontanamente di scalzare la radio tradizionale, quella in diretta, nel suo ruolo insostituibile di informare, di seguire l’evoluzione degli eventi di stretta attualità, di intrattenere, di interloquire con gli ascoltatori che intervengono telefonicamente. E’ anche altrettanto evidente che i c.d. pionieri del podcasting amano la radio tradizionale in modo sincero. Il fatto che i titoli di molti podcast comprendano la parola “radio” lo testimonia. Ma è anche fuorviante: il podcasting non è la radio del futuro. Proprio nella stessa misura in cui la radio di Marconi non era “il telegrafo senza fili” ma qualcosa di radicalmente nuovo rispetto al telegrafo. Con la differenza che, allora, nessuno si sognò di bollare la “radio” come “una parola alla moda”.

6 commenti

  • Sandrino
    28 giugno 2006 #

    come sempre, leggerti è un piacere.
    il mio commento non l’ho pubblicato nel forum, in quanto non mi sembrava opportuno, ma l’ho copiaincollato sul blog di Camisani Calzolari, il quale da vero signore mi ha mandato una mail in cui mi ddiceva che molto probabilmente il commento non è stato pubblicato in quanto un po’ lunghetto…. sarà, però mi sembra strano che all’improvviso si siano interroti i commenti. Comunque sia, non vuole essere l’ennesima polemica pro o contro Neri & Co., il discorso serio è da fare su chi ha invitato chi! Non dico che dovevo essere io presente, ma sicuramente qualcuno che ha visto nascere il podcast e l’ha visto crescere. Come me ce ne sono vari (non molti per la verità, Traferri, tu, Giorgio "Franco" Baresi di Caymag, Valerio di Audiocast ad esempio) e degno di plauso, ma grande, a Zapotek, che lui c’era, ma tra il pubblico però! Però si è fatto sentire!! Infatti questo ragazzo, è forse l’unico che si sta sbattendo come un matto per far entrare il podcast all’interno delle radio via etere. Non come tecnologia, ma come contenuti. Se dovessi fare il partito del podcast, lui sarebbe sicuramente il segretario.
    Pazienza… l’unico evento "dei grandi" dove potevamo anche noi "piccoli" dire la nostra è passato… speriamo nel futuro.

    ciao

  • emmedici
    30 giugno 2006 #

    Mi associo al 100%. Soprattutto laddove, ed è un punto fondamentale, Antonio dice che i podcaster "amano la radio tradizionale in modo sincero". Già, perché per chi fa podcast la radio non è il nemico, ma un mezzo diverso, complementare, non antagonista, che conserva il suo fascino e un suo ruolo specifico. Differente, non simile. Sarebbe l'ora che chi fa radio (tradizionale o web) cominciasse finalmente a capire che il podcast può diventare, anche per loro, una straordinaria opportunità con cui integrare, completare ed estendere il proprio lavoro. Il rischio, in caso contrario, è quello di restare al palo e di perdere preziose opportunità. Altro che "podcast" termine alla moda. Sono quelli che gli fanno guerra che rischiano, loro sì, essere clamorosamente sorpassati dagli eventi. Si sa, da sempre la maggioranza erge un patetico muro di fronte alle innovazioni. Un muro di cartone, effimero, destinato a venire inesorabilmente travolto. Inevitabile, certo. Ma che tristezza!

  • [...] Leggi il post di Pendodeliri.  [...]

  • rufus
    12 luglio 2006 #

    sicuramente non chiamano te Ludo. A quei pochi incontri dove ti chiamano fai sempre l'arrogante e il saccente (visto di persona), sicuramente quelle persone ne sapranno meno di podcasting ma sanno essere molto più educate.

  • ludo
    12 luglio 2006 #

    Rufus grazie dei complimenti. Non è che sei uno di quelli che ho messo in discussione l’unica volta che ho parlato in pubblico di podcasting? :)

    Comunque per il podcasting non sono la persona giusta, e questo post non è un rodimento perchè hanno chiamato altri invece di me (mentre il tuo commento lascia invece trasparire una certa invidia).

  • rufus
    12 luglio 2006 #

    per l'esattezza hai parlato due volte di podcasting in pubblico (o almeno per quanto ne so io) e in entrambe le volte c'ero io caro Ludo e no, non è una questione d'invidia. So ben poco di podcasting e lascio fare agli altri, ma sono ubn ottimo ascoltatore e so distinguere i buoni divulgatori da quelli improvvisati, tutto qui. Ma la mia non voleva essere una provocazione fine a se stessa, personalmente non ho nulla contro di te! buon lavoro