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Richard Florida e l'Italia

22 maggio 2005

Leandro Agrò prende spunto da L’ascesa della classe creativa di Richard Florida (qui l’audio di un intervento di Florida a PopTech 2004 in cui riassume i contenuti del suo libro) per riportare e commentare i temi di un recente workshop di Assolombarda sull’innovazione. Difficile non essere d’accordo con quanto scrive Leandro, e chi ha avuto esperienze di lavoro in grandi aziende sorriderà amaramente riconoscendo la realtà di affermazioni come questa

ma lo sapete quanti manager “creativi” io ho incontrato in dieci anni di onorata professione? Una percentuale prossima allo ZERO! [...] Io credo infatti che uno dei maggiori vincoli allo sviluppo del Paese non sia l’assenza di una classe creativa (ma quando mai) bensì l’inconsistenza di una classe manageriale che sa fare poco di più che il contafagioli

Quello che sfugge a Leandro (e che sicuramente è sfuggito ai partecipanti al Workshop), è l’effetto devastante sulla creatività di una delle peggiori caratteristiche della società italiana: il clientelismo, che produce spesso aberrazioni degne di un clan mafioso. Non credo ci sia nessun paese tra quelli industrializzati in cui il merito conta poco come in Italia, dove per “fare carriera” (e quindi decidere delle sorti proprie e altrui) non serve — anzi spesso nuoce — essere bravi, creativi ed avere esperienza, ma essere agganciati al carro giusto e comportarsi da perfetti “yes man”. C’è poco da stupirsi poi se la creatività è completamente assente nelle nostre università ed aziende, se le assunzioni sono fatte sempre per conoscenze e non seguono mai le regole di mercato, se prodotti e servizi hanno qualità scadente e costano molto di più di quanto dovrebbero, ecc. ecc.

Un piccolo mondo...

10 maggio 2005

13 commenti

Sul tram a Milano, domenica 8 maggio 2005Possibile che la rete riesca a diminuire le distanze in un mondo già piccolo? Domenica pomeriggio ero sul 29 con Enrica diretto verso la stazione Garibaldi, quando l’occhio mi è cascato sulla maglietta con il logo di Firefox indossata da un ragazzo seduto di fronte a noi. La maglietta era il segnale più evidente che lo classificava come geek nostrano, ipotesi confermata anche da altri particolari. Soddisfatto di sentirmi in buona compagnia, mai più avrei pensato che il giorno dopo avrebbe citato un post dal mio blog, e che oggi sarei capitato sul suo journal on line e le sue foto su Flickr. Ciao Antonio, chissà se capiterai su questo post.

Che vergogna

13 aprile 2005


Sono tornato da poco più di un’ora da San Siro, e non so quando ci rimetterò piede. Se pensavamo di avere toccato il fondo in questi ultimi anni, era solo perchè non avevamo abbastanza fantasia: il fondo l’abbiamo toccato stasera. Degno epilogo della gestione Moratti, dei fiumi di soldi e della mancanza di idee e costanza, del lassismo che porta a lasciare lo stadio in mano a una banda di violenti.

Giornata catartica, dopo aver mollato in mattinata un progetto cui tenevo molto e per cui ho trascurato cose ben più importanti, questa sera si chiude un periodo di passione calcistica durato parecchi anni. Ne verranno altri, come è già stato in passato, ma per quest’anno non credo rinnoverò la tessera e forse ci guadagnerò, oltre ai soldi, tempo e salute mentale. Ora vado a letto, che domattina mi aspetta un treno presto per Parma.

Stadio? No grazie

7 aprile 2005

2 commenti

curva nord, 7 aprile 2005Ieri sera per poco faccio a botte con un gruppo di ultras della curva Nord: intervallo del derby, curva piena come un uovo, un nordafricano si avventura in mezzo alla calca per vendere bibite. Subito arriva il primo spintone, che me lo fa finire addosso, mi giro verso la fila dietro occupata dai classici gregari vorrei-ma-mi-cago-sotto del tifo ultrà e chiedo chi l’ha spinto, ma nessuno osa dire nulla. Fatti altri due passi iniziano i primi insulti urlati a brutto muso sulla faccia del povero nordafricano, nonostante ci sia chi sta comprando da bere (anche tra gli stessi che lo insultano). Tempo mezzo minuto e parte il casino, pare perchè (ricostruzione a posteriori) l’ambulante ha provato ad alzare il prezzo dell’acqua al volo (mossa idiota in quella situazione, ma non è che infilarsi in mezzo alla nord con la pelle scura sia una mossa più intelligente).

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La solita Italia

14 febbraio 2005

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Un portatile dimenticato su un Intercity in viaggio verso il sud Italia conferma che nonostante i proclami dei politici siamo sempre la solita Italia. Appena saputa la notizia, dopo gli improperi di rito comincio la rincorsa contro il tempo con il sito di Trenitalia, che come unico numero telefonico riporta quello dell’helpdesk, costosissimo, completamente automatizzato e perfettamente inutile. Trovo su Google (non sul sito di Trenitalia ovviamente) il numero dell’Ufficio Oggetti Smarriti della Stazione Centrale di Milano, che come ci si può aspettare squilla a vuoto. Intanto il treno prosegue la sua corsa verso sud…

Senza molte altre speranze, provo a seguire il percorso del treno e chiamare la prossima stazione di sosta, visto che il portatile (se c’è ancora) è sopra un posto prenotato di cui conosco carrozza e numero. Sapendo orario di partenza e destinazione finale (e solo sapendo quella), il sito di Trenitalia mi informa che le prossime due soste sono Vasto (dopo tre minuti) e Termoli. Corsa su Google, ricerca del numero di telefono della stazione di Termoli (ovviamente sconosciuto al sito di trenitalia), chiamata e nuovo squillo a vuoto. Riprovo tre volte, sempre nessuno che si degni di alzare la cornetta. Tento la sorte con Vasto, di cui riesco a recuperare sempre tramite Google il numero del posto di polizia ferroviaria. Come sbagliarsi? Il numero squilla a vuoto.

Per fortuna che, quando si riesce a farsi rispondere al telefono e a parlare con un essere umano, spesso poi le cose si risolvono. Una gentilissima persona dell’Ufficio Informazioni di Ancona raggiunta per telefono (non da me), capita la situazione si è messa in contatto col capotreno che ha recuperato il portatile. Ora vediamo se si riesce a farlo arrivare sano e salvo fino a Milano.

Microleghismi

14 gennaio 2005

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Stamattina il metro era insolitamente pieno, manco fossimo ancora in periodo natalizio. Arrivato in ufficio una strana quiete, mi guardo intorno e vedo che nonostante l’ora già piuttosto avanzata mancano ancora parecchie persone. Chi stamattina affollava il metro e chi ancora manca all’appello in ufficio arriva da fuori Milano, e ha dovuto modificare i propri ritmi da pendolare per la forte nebbia che da ieri ovatta gran parte della Lombardia.

Osservando le mie reazioni (negative) alla calca di stamattina e (positive) al silenzio di poco fa mi è venuto in mente un nuovo termine: il microleghismo. Che ne direste di prendere gli sproloqui, le accuse ingiustificate, il razzismo economico e culturale che ancora troppi leghisti dichiarati o nascosti sbattono in faccia a diversi ed extracomunitari, e rivolgerlo contro queste stesse persone? Sì perchè anche loro parlano una lingua diversa, portano via il lavoro, hanno usi e costumi diversi, rubano lo spazio, usano i servizi, non pagano le stesse tasse di chi a Milano ci vive. Milano che sta diventando sempre più invivibile, grazie al milione o due di macchine che arrivano ogni mattina dalla provincia, ai prezzi astronomici, insomma a tutto quello che chi vive qui ben conosce. E tanti di questi “forestieri” sono quegli stessi che al semaforo insultano chi chiede la carità vestito di stracci, che trattano con disprezzo chi non è ancora riuscito a depurare il proprio accento da ogni traccia di meridionalità, chi non veste firmato, chi non ha la puzza sotto il naso. Volete il vostro orticello padano? Beh allora restateci, a Milano non vi vogliamo.

Stipendio mio non basti mai...

16 dicembre 2004

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mille lireStavo cercando dei coefficienti di rivalutazione sul sito ISTAT (no non preoccupatevi, non è il mio mestiere) e mi sono imbattuto in una fantastica tabella con i coefficienti di rivalutazione della lira dal 1861 al 2001. Centoquarant’anni di inflazione, che ovviamente fanno subito venire in mente le famose “mille lire al mese” di Gilberto Mazzi del 1939

Che disperazione, che delusione dover campar,
sempre in disdetta, sempre in bolletta!
Ma se un posticino domani cara io troverò,
di gemme d’oro ti coprirò!
Se potessi avere mille lire al mese,
senza esagerare, sarei certo di trovar
tutta la felicità!

Circa ottocento dei nostri poveri euro, un po’ poco per comprare ” fra tante cose
le più belle che vuoi tu”. O le meno famose “mille lire” di Sergio Endrigo del 1968

Ragazzina che mi salti addosso
in agguato al semaforo rosso
per mille mi offri due rose
fazzoletti di carta e mille cose
e io distratto e stanco di guidare
senza volere mi metto a ricordare
mille lire del tempo che fu
molto prima che nascevi tu

Poco meno di una decina di euro per mille lire meno famose ma decisamente più realiste.

mille lire almeno mille lire al mese
era un sogno, il sogno piccolo borghese
ma per chi ha sempre avuto il culo sul velluto
era uno scherzo bruciarle in minuto
mille lire mille lire e ti saluto
[...]
Ragazzina il ricordo si perde
nella bagarre del semaforo verde
per mille lire ti compro le rose
mille lire di carta pidocchiose
mille lire e sei già in bolletta
compri il giornale e qualche sigaretta
mille lire e poi che ci fai?

Se vi interessa l’argomento, leggetevi il bell’articolo non ci bastano 1000 euro al mese uscito un paio di mesi fa su Indymedia.

Meraviglie cinesi

8 dicembre 2004

7 commenti

thermos neoclassico cineseSe siete a Milano sarete certo capitati qualche volta a Chinatown, il quartiere che si sviluppa intorno a via Paolo Sarpi. E sicuramente sarete passati davanti ad uno dei tantissimi negozi di “Import/Export”, alias chincaglierie, che affollano la zona e riforniscono buona parte degli ambulanti ai semafori. E quasi sicuramente, soprattutto se siete milanesi di Milano, avrete tirato dritto e non vi sarà nemmeno passato per l’anticamera del cervello di entrare a farvi un giro. E quindi non sapete cosa vi siete persi perchè in questi negozi, anzi bazar, si nascondono oltre che ottimi affari oggetti impossibili, divertenti irresistibili e soprattutto alla portata anche dei portafogli più smilzi.

Oggi ad esempio, dopo aver mangiato un’ottima pizza al Blow Out (locale in zona Lorenteggio di cui vi parlerò in un prossimo post), mi sono fatto un giro nell’attiguo negozio di chincaglierie cinesi (lo so lo so, Chinatown e Lorenteggio distano qualche chilometro, ma il negozio non ha nulla da invidiare ai suoi colleghi “doc”). Sono entrato per cercare di dare risposta a un dilemma che mi sta assillando ormai da parecchi anni: come ricaricare gli accendini antivento cinesi. Avete presente quegli accendini che fanno una fiamma forte, rumorosa e spesso verdognola, che non si spegne neanche se le soffiate sopra? E che spesso oltre a fare il loro onesto lavoro di accendini si illuminano come alberi di natale o suonano melodie da cellulare? Ecco, questi accendini io non sono mai riuscito a ricaricarli.

Così oggi deciso a risolvere una volta per tutte la questione sono entrato nel negozio, e ne sono uscito poco dopo (oltre che con una possibile soluzione al problema) con un bell’accendino antivento nuovo (con bussola non molto precisa), una bottiglietta di gas per ricariche ed un magnifico thermos in plastica finto-metallo neo-cino-classico, che è poi quello che vedete nella foto. Otto euro e novanta, degno del comodino di una suite al Caesar’s Palace.