Corriere e Feltrinelli: potevano fare meglio
Se volevate l’ennesima conferma della miopia dei grandi gruppi italiani, e delle scarsissime capacità innovative delle società di consulenza che lavorano per loro, basta dare un’occhiata alle due ultime iniziative di Corriere e Feltrinelli.
Gli archivi storici del Corriere sono infatti presentati in maniera indegna, attraverso una form di ricerca decisamente poco user friendly, quando invece sarebbe stato più naturale organizzarli per edizioni giornaliere e sezioni, in modo da dare al lettore la possibilità di navigare a piacere e isolare rapidamente periodi temporali o argomenti. Relegando poi la ricerca in una sezione separata di ogni pagina, e magari generando URL un po’ più descrittive, in grado di rappresentare risorse (l’edizione del giorno x, l’articolo Y, gli articoli dell’autore z) e con un migliore effetto sul posizionamento nei motori di ricerca. Niente di esoterico, niente di particolarmente costoso, anzi se qualcuno di RCS sta leggendo questo post, mi offro per realizzarglielo io in poco tempo, a costi contenuti e con una gestione sicuramente più leggera ed economica della soluzione attuale.
Anche il nuovo sito della Feltrinelli dimostra lacune non da poco: link dalla home di gruppo che portano a pagine di errore, risorse identificate con numeri non significativi (che probabilmente corrispondono alle ID delle relative righe nella base dati utilizzata) quando invece — almeno per i libri — esiste un sistema di codifica universale, l’ISBN, che anzi non è nemmeno visualizzato sulle pagine di dettaglio. La lista potrebbe continuare, ma chi è in grado di capire a questo punto si è già fatto un’idea.
Il problema è sempre quello: manager che hanno fatto carriera perchè sono animali politici (dove la politica è intesa come politica delle relazioni interne al gruppo); progetti visti come strumenti per conquistare budget e quindi potere; il know how affidato esclusivamente a consulenti esterni, per ragioni contabili e fiscali; aziende di consulenza selezionate non su base meritocratica e secondo criteri tecnici ma per motivi decisamente meno nobili, e che quindi trascurano le competenze tecniche per diventare macchine commerciali e di marketing. E come in un frattale, questa situazione si replica ad ogni livello: la nostra classe politica; i servizi pubblici e l’università; i grandi gruppi, e le società medie e piccole che ne sono fornitori.
Ripensavo all’intervista a Khoi Vinh di qualche tempo fa, e a come un grande gruppo come il NYT sia in grado di individuare uno dei migliori designer web al mondo ed assumerlo come proprio Design Director, che differenza con qui da noi… Se non fossi troppo incazzato, e se l’Italia non fosse un paese troppo piccolo (specie in certi ambienti) ne avrei di belle da raccontare, come quella volta in cui un’offerta di lavoro “inserita in un piano aziendale approvato ai massimi livelli e con un budget già allocato” si è trasformata in una serie interminabile di colloqui durata 6 mesi, al termine dei quali il candidato emerso dalla selezione (che ha consumato tempo e denaro anche per il datore di lavoro, e visto coinvolto un head hunter di alto profilo) non ha ricevuto nemmeno una telefonata o una lettera di scuse, e il grande gruppo si è tenuto il consulente che aveva già in casa, la cui più grande abilità è quella di chiedere Gantt ai fornitori coinvolti in un progetto. Poi ci si chiede perchè l’umore non è alle stelle, di questi tempi…