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Pelliccia di Leopardo

27 ottobre 2007

10 commenti

Pensavo recentemente ai motivi per cui non ho un Mac, e oltre alla mia tipica idiosincrasia per le mode — al terzo wannabe geek con un iBook davanti già mi era passata la voglia di averne uno — c’è una ragione più semplice: neanche mettendo insieme tutti i computer che ho sparsi per casa verrebbe fuori una cifra sufficiente per acquistare una macchina della mela, e tantomeno per tenerla aggiornata.

Anche se in ufficio mi capita spesso di mettere le mani su macchine abbastanza spaventose, la mia dotazione casalinga è decisamente spartana: le punte di diamante sono un Thinkpad X30 con un bel PIII a 1.2Ghz, pagato 150 euro (con tutti gli accessori) un paio di anni fa; e un desktop HP D510 SFF con un tartarugoso PIV a 1.8Ghz preso su Ebay a credo 90 euro sempre un paio di anni fa e poi ammodernato con un Seagate Barracuda. E nonostante questo, riesco a fare più o meno tutto quello che fanno gli altri — sviluppo, ascolto musica, ogni tanto encodo un video, ecc. — senza grandi patemi d’animo. E ogni tanto mi viene un po’ da ridere quando vedo geek veri o presunti con davanti schermi giganteschi e macchine supercarrozzate, e mi chiedo che mai ci faranno dato che tutto ‘sto bel software o ‘sti grandi servizi web in Italia non li vedo…

Ci sono anche altri motivi ovviamente, se vi interessano andatevi a leggere ‘fsck’ Apple, I’ll take my freedom! che rispecchia esattamente la mia posizione. La colonna sonora di questo post — e di questi ultimi giorni — è del grande (e per me ignoto fino a settimana scorsa) Eliades Ochoa y Cuarteto Patria.

Umorismo geek modello Python

1 settembre 2006

1 commento

Python braces

Anche gli sviluppatori sono umani, questa volta a ricordarcelo è Python: importando il modulo __future__ (dove trovano posto le nuove funzionalità che diventeranno standard nelle versioni successive) e provando ad importare l’oggetto braces (parentesi), viene lanciata un’eccezione che recita: “Errore di sintassi: non le vedrete mai”, chiaro riferimento alla solita e trita polemica sull’utilizzo degli spazi per delimitare i blocchi di codice, invece delle parentesi graffe come tutti i linguaggi derivati da C.

Python ha altre chicche di questo tipo, come la seconda eccezione che vedete nell’immagine, o il più lungo Zen of Python, un vero e proprio manifesto della filosofia che sta alla base di questo linguaggio, importabile da codice come un modulo (import this). Se vi piace questo tipo di umorismo, decisamente geek, date un’occhiata anche ai commenti nei sorgenti della kernel di Linux. Via Voidspace.

Quale sistema operativo?

16 giugno 2006

8 commenti

Domanda che si stanno facendo in molti (tra gli ultimi Tim Bray e John Gruber), dopo il controverso post di qualche settimana fa in cui Mark Pilgrim annunciava di aver abbandonato OSX dopo un amore durato vent’anni.

Io invece navigo come al solito controcorrente (ma almeno per una volta nella stessa direzione del 90% della popolazione informatica mondiale), e dopo aver finalmente cambiato desktop sto usando allegramente Windows invece di Linux/Ubuntu: parte più in fretta, è più veloce, la scheda TV analogica da dieci euro funziona (grazie a Dscaler), e soprattutto ho un ottimo client BitTorrent e riesco a vedermi le partite sulle televisioni cinesi.

Lato sviluppo, Apache MySQL e PHP funzionano egregiamente, J essendo in Java non ha problemi, xdebug non va nemmeno compilato e WinCacheGrind a differenza del suo omologo Linux non richiede qt o le librerie di KDE. A proposito, appena ho tempo finisco un paio di post sul profiling delle applicazioni PHP con xdebug, se siete interessati stay tuned.

aggiornamento: anche Michele parla dello switch e dei post che ho citato qui, non trovo i trackback sul suo sito quindi si becca un link

Less is more

14 marzo 2006

3 commenti

il mio desktop xfce4Gnome è stupendo, ha un sacco di funzionalità comode come l’automount dei drive USB e programmi che hanno sempre meno da invidiare alle loro controparti Windows, ma consuma un sacco di RAM. Così da qualche giorno sono passato a xfce, e devo dire che mi trovo veramente bene: è più veloce, esteticamente piacevole, e l’aspetto minimalista mi ricorda (con un po’ di nostalgia) quando smanettavo con fvwm una dozzina di anni fa.

Quello che mi manca di più è un file manager (non è un’eresia: per salvare e manipolare immagini, video e oggetti non testuali la shell non il massimo), e appunto l’automount dei drive USB. Sono troppo pigro per compilare Thunar a mano (e temo l’incasinamento quando sarà il momento di aggiornare), per fortuna che la prossima release di Ubuntu non è lontana.

Remaindered links: Xubuntu, Guida di installazione di Ubuntu in italiano.